domenica 22 marzo 2020

Premessa




Premessa

Kevin, Frida, Paolo e la sorellina Alice sono amici per la pelle. Si sono conosciuti in circostanze insolite: Paolo e Alice sono stati catturati dalla temutissima strega Mafalda, che intendeva metterli all’ingrasso per poi mangiarseli (lericettedellastrega.blogspot.com); Kevin e Frida, arditi e curiosi, si sono volontariamente uniti a loro, sprezzanti del pericolo. Insieme hanno scoperto presso la casa della strega un mondo magico: ricette e pozioni, trucchi di magia, avventure e tanti divertimenti in mezzo alla natura e agli animali. E hanno trovato nella strega una maestra di vita e una grande cuoca.
La bella vacanza è terminata in autunno, quando Mafalda inaspettatamente rispedì tutti i ragazzini alle rispettive famiglie. Non tutti veramente: qualcuno una famiglia non ce l’aveva.



Kevin


Kevin

Eccomi qui, scrittrice senza arte né parte, a pensare a Kevin, a scrivere di Kevin. Ma Kevin non esiste! E’ una mia invenzione! E’ l’amore per la giustizia, abbinato all’avventura impossibile, e ad un dolore incolmabile. Kevin che non ha paura.
Ce l’ho nel cuore questo bambino che non c’è.
Ora che l’ho creato, non posso più dire che non esiste, è qui con me.
Tranquillo, piccolo, a te ci penso io, io... la scrittrice...
Straniero, abbandonato, senza famiglia né casa, che posso fare per te?
Tu sei dentro la storia e io qui fuori, e ti guardo: che fare? Qualcosa troverò.

1. Notte buia senza stelle

Ecco Kevin:
Kevin correva, correva a perdifiato, come se stesse scappando. E col cuore in gola era difficile raccogliere i pensieri.
Kevin, Kevinchenonhapaura.
Correva verso il castello. Sentiva la responsabilità della missione che lo aspettava, che lo sguardo della strega gli aveva assegnato. Era l’eroe. L’eroe delle favole. E gli amici erano convinti di questo, credevano in lui. Non era mica poco! E poi, non l’aveva neppur chiesto!
Kevinchenonhapaura.
Lo la strega gli aveva affidato una missione. Una missione importante e misteriosa. Ma non era stata chiara, non gli aveva detto in modo esplicit
o di cosa si trattava. Kevin era confuso. Doveva salvare il mondo, questo è il compito dell'eroe. Ma da quale pericolo? Tutto il peggio del mondo l’aveva avuto lui. E doveva salvare il mondo, proprio lui: da cosa? Perché? Come? Ritornava ancora e sempre la domanda: perché proprio lui?
Kevinchenonhapaura.
Correva e correva. Che sciocco, correva senza neppur sapere dove andare. Quando cominciò a mancargli il fiato, si ritrovò alla sinistra un recinto con all’interno dei cavalli. Un puledro gli si avvicinò con un trotto allegro. Era Red, della tenuta dei genitori di Frida. Sembrava riconoscerlo, ricordava forse dei giochi sul prato con gli amici.
Red saltò lo steccato, e Kevin in un attimo gli salì in groppa, rassicurato. Nuovo coraggio, per affrontare la sua misteriosa missione.
Red si diresse deciso verso il castello, lungo la stradina sterrata che Kevin conosceva.
Al castello chi avrebbe trovato ad aspettarlo? Balbablu forse?

Prese fiato, e sorrise, rassicurato. Red l'aveva condotto ad un luogo conosciuto, fuori delle mura del castello, nei pressi delle porte.
- Eccomi qui. Ecco l’albero dove ci siamo fermati con Mafalda, in gita verso il villaggio medievale; lì, fra gli alberi, ci siamo nascosti per travestirci da villani, dove poi abbiamo fatto merenda. Appiattisco l’erba con le mani, ecco. Mando a casa Red. Vai, che nessuno si insospettisca. Ora dormo. Mi copro con il giubbotto, fa fresco. Cosa sono questi rumori? E’ così buio! Come vorrei fossero qui i miei amici. Ma loro se ne stanno tranquilli nelle loro case. Posso immaginare quanti festeggiamenti al loro ritorno!
Kevinchenonhapaura.
- Ora dormo, sì. Paura...io un po’ di paura veramente ce l’avrei. Sono qui solo, di notte. Il coraggio per lottare ce l'ho, ma vorrei sapere... Certo, so per cosa vale la pena di lottare: voglio la giustizia, ecco, questo so. Ma chi sono i miei nemici? Rischio di sbagliare perché non so nulla di quel che c'è intorno. E poi questa notte è così buia…
Pensava agli amici, gli mancavano. Chissà cosa stavano facendo in quel momento, lontani dai suoi tormenti. Pensava al salvataggio della strega nel villaggio, alla vicenda del pifferaio. E fra tanti ricordi si addormentò.
Buonanotte Kevin, notte inquieta.

Ecco Alice:
- Ora dormo. Uffa, no, non dormo, il sonno non viene. Eppure sono stanca. I carabinieri, e poi i giornalisti, tutte quelle domande. Sono stata brava, nessuno ha capito dov'è la casa della strega! Quante feste, con mamma e papà! Io sarò pure piccola e imbranata, ma come si vede che la mamma si sente in colpa. Ed è un po’ stordita per i miei comportamenti. Trova che sono cresciuta di botto. Le ho raccontato una fiaba per farla dormire, una delle fiabe di Mafalda.
Continuo a pensare a Belzebù, Ice, Maya, Frida e soprattutto a Kevin. Kevin non è tornato. Era chiaro che non sarebbe tornato, nessuno lo aspettava. Sappiamo tutti che non ha una famiglia, anche se non ne abbiamo mai parlato con lui. Ma se non è stato lui a dirmelo...forse sto diventando finalmente una strega.
Sono preoccupata ecco. Ora sveglio Paolo e andiamo da lui e… -
Uno sbadiglio interruppe il pensiero. La sua carriera da strega era felicemente avviata, e pareva assolutamente adatta al carattere volitivo e testardo della piccola.
Buona notte Alice.

Ecco Paolo:
- Ripenso alla giornata di oggi, al ritorno alla normalità tanto desiderato. Stranamente questa calma non mi appaga. Sono sospeso tra le avventure dei giorni passati, e quella fuga di Kevin, solo, verso la collina. Fuga di cui non so niente. -
Una cosa gli rodeva: perché tutto questo mistero? Avevano pur condiviso mille avventure… Dove stava andando? Che cosa aveva in mente? Perché escluderlo dalla nuova impresa? E dalla sua amicizia?La sua mente era sempre in fermento, son si fermava fino a che trovava una spiegazione razionale.
Ma, conoscendo Kevin, pensò un buon motivo doveva esserci per quel silenzio: forse l’amico voleva preservare lui e gli altri due da un oscuro pericolo: lui non aveva niente da perdere, non c’era nessuno ad aspettarlo… Ma non sarebbe certo rimasto nel dubbio… poteva raggiungerlo, conosceva la strada. Ora era stanco, ma l’indomani…
Il sonno ebbe la meglio.
Buona notte Paolo.

Ecco Frida
Frida era a casa, al caldo. I suoi animali preferiti erano al sicuro con Mafalda. Gli amici erano tornati alle proprie famiglie, e questo era bene… ma Kevin dov’era?
Uscì dopo cena, sentendo Red nitrire, e lo vide ritornare al galoppo dalla collina, e infilarsi nel recinto dal cancelletto aperto. C’era il cappellino con la visiera di Kevin impigliato ai finimenti. E capì.
La sua sconfinata fiducia nell'armonia della natura e nella bontà degli animali la rendeva ottimista.
Si addormentò sorridendo. Pensava che Kevin fosse solo, invece Red era andato ad aiutarlo.
Buona notte Frida

2. Il risveglio


Nel pieno della notte Paolo si svegliò. La mente correva agli eventi della giornata, al ritorno troppo rapido, troppo rapido, alla normalità. Stranamente questa calma non lo appagava più. Lo annoiava. E non riusciva a non pensare alla fuga di Kevin, solo, verso le colline.
Pensava alla fabbrica abbandonata, lì vicino a casa. Al letto senza lenzuola, ai libri ammucchiati a terra, agli abiti stropicciati, alle carte di pizza per terra... Ma Kevin sicuramente lì non c'era in quel momento, chissà dov'era.
Si affacciò alla finestra e vide la luna piena straordinariamente luminosa in un cielo buio e senza stelle. La luna sembrava spostarsi verso le colline. Sembrava chiamarlo. La sua mente era occupata dal pensiero di Kevin, solo, che si stava ficcando in chissà quale impresa, o in chissà quale guaio… e gli bruciava sempre più che l’avesse escluso dalla nuova avventura e dalla loro amicizia.
- Kevin, tieni duro, arrivo, che tu lo voglia o no!
Si mise in tasca il coltellino a serramanico e poche monete prese dal suo salvadanaio, osservò il sonno tranquillo di Alice e uscì facendo piano.
- Alice non deve sapere, altrimenti ce la troviamo alle costole…
Seguì la luna piena, che aveva macchie strane: non erano i mari, ma un’ombra ricurva che disegnava un sorriso.
Percorse vie note, passando davanti alla fabbrica abbandonata. Aveva già sbirciato il pomeriggio, aveva visto il solito disordine. Niente era cambiato dall’ultima volta che era passato di lì. Kevin non era tornato.

Arrivò al sentiero che gli era familiare, ecco la cascina; si fermò un attimo dove la via si biforcava, per portare a sinistra al borgo e al castello incantato. Provò un po’ di paura, e per un attimo si chiese se era nel giusto a mettersi in quell’impresa. In quel momento intravide un'ombra scura sul bordo della stradina, e gli mancò il respiro.
- Ciao Paolo! – una voce allegra, che ben conosceva, arrivò dall’ombra. E Frida, ora illuminata dalla luna, gli corse incontro e l’abbracciò. Parlarono della giornata intensa e felice che era appena terminata: erano contenti di aver riabbracciato i genitori, anche se già pronti a lanciarsi in una nuova avventura lontano da casa; condivisero infine dubbi e preoccupazioni sulla scomparsa di Kevin, concordi nella decisione di cercarlo.
- E Alice?
- Meglio non sappia nulla, Per fortuna dormiva mentre sono uscito…
- Parlate di me per caso? - ed eccola arrivare, la piccola peste, con la fedele Betta, la sua bambola preferita, sotto il braccio e uno zainetto, probabilmente pieno di merendine, sulle spalle.
Alice era sgusciata fuori dalle lenzuola, facendo attenzione che la bambola parlante non si svegliasse. Si era infilata una tutina rosa e scarpe da ginnastica in tinta, aveva preparato il suo zainetto (rosa) infilandoci le cibarie che poteva prendere senza aprire il frigo, per non far rumore.
I genitori, stanchi morti, dormivano della quarta. Bene, neppure Paolo sembrava essersi accorto di nulla. Sarebbe stato capacissimo di farle un predicozzo e svegliare la mamma per fare la spia, salvo poi copiarle l’idea. Anzi, pensò bene di fare un bel fagotto con le coperte, così se qualcuno avesse sbirciato nella stanza avrebbe pensato che lei era sotto il piumone… Niente cellulare, ché la polizia avrebbe potuto intercettarla. Tra sé diceva, scivolando piano fuori dalla porta: - Kevin, stai tranquillo, arriviamo noi. Io e Betta.

- Non è possibile. Alice, sei tu? Ma cosa fai qui?
- Forse quel che fai tu. - rispose la piccola peste alzando le spalle. Sono uscita di casa presto, e tu non ti sei accorto di nulla. Quanta strada... Ma tu da dove sei passato?
-Ora te ne fili a casa, retrofront! Qui si prospettano grandi pericoli, il castello maledetto...
- Vuoi mandarmi a casa? – chiese Alice, sempre più imbronciata.
- Sicuro!
- Ma tutti chiederanno dove sono stata, e io potrei fare la spia…
- Carogna! – Non sopportava i ricatti della viziata sorella, ma in fondo in fondo gli faceva piacere trovare una scusa per portarla con sè.
- Mi dai la mano? Che è così buio qui... che noi – noi, io e Betta - un po’ di paura ce l’avremmo…
- Alice! Perché non vuoi tornare dalla mamma?
- No no, se salvate il mondo, ci sarò anch’io!
- Salvare il mondo? E da che?
- Dalle ingiustizie.
- Tu che ne sai?
- Me l’ha detto Mafalda.
- Quando mai?
- Poco fa in sogno. Mi ha detto di seguire la luna, ci avrebbe aiutato. E mi ha detto di sbrigarmi, che come al solito non mi volevate con voi.
- Non fare così! E’ che sei piccola!
- Bugiardo! Sono grande! E ho partecipato a tutte le vostre imprese come una grande!
Rassegnati, si misero in proprio cammino, Paolo e Frida con Alice in mezzo, imboccando il sentiero che portava al castello. Procedevano con passo incerto, per via del buio e dell’asperità del terreno.

Arrivarono al castello all’alba. Non c’era più la luna a guidarli. Ma un presentimento li portò al grande albero presso il quale avevano sostato a far merenda con Mafalda, il giorno della visita al borgo in festa. A terra c’era un fagotto di stracci. Si avvicinarono, e cosa videro! Quello era il giubbotto di Kevin, abbandonato fra l’erba alta! Cosa poteva essergli successo! Si avvicinarono ancora… dei jeans strappati. Le scarpe da ginnastica, le scarpe di Kevin! Avevano sempre più paura e cominciarono a tremare un po’. La manina di Alice sudava stretta a quella di Frida. Si fecero coraggio e si avvicinarono ancora. Videro allora che nel giubbotto e nelle scarpe da ginnastica c’era proprio lui, Kevin!
Kevin dormiva profondamente. Questo non li stupiva, abituati a vederlo arrivare sempre in ritardo a scuola. Ma non stavano nella pelle, volevano parlargli, e dirgli che erano ancora e per sempre con lui!. Così decisero di interrompere il suo sonno, toccandogli leggermente la spalla.
Kevin si svegliò di soprassalto, con un balzo si ritrovò seduto di fronte agli amici che ridevano. Si fregò a lungo gli occhi. Era un sogno?
- Vedi, vedi, hai avuto paura… non ce la racconti giusta, kevinchenonhapaura! Ah ah - Paolo non si lasciò sfuggire questa piccola vendetta… ma fu cosa di un attimo, e si abbracciarono tutti ridendo e raccontando delle stranezze degli adulti il giorno prima.
Fecero merenda con le cibarie partate da Alice, e si rimisero in cammino. Senza parlare presero tutti la stessa direzione.

3. Il castello


Ecco, davanti a loro, il castello di Balbablù. Era molto diverso da come lo ricordavano: le mura e le torri sembravano le stesse, ma non erano diroccate, il tutto era molto più curato e ordinato, come se ci si trovasse nello stesso luogo ma in un altro tempo. C’era un bellissimo giardino con aiuole fiorite, che sembravano intessute di ricami variopinti. Il castello doveva essere abitato, e dava l’impressione di ospitare una vita lussuosa. Dalle finestre aperte intravedevano un enorme salone sontuoso, tutto quadri, ori e specchi .
Non osavano bussare o introdursi nel castello. Passarono davanti al grande portone intarsiato; sostarono qualche minuto, sbirciando all'interno mentre si apriva per fare entrare carri colmi di provviste d ogni tipo. Proseguirono seguendo le mura, finché trovarono casupole dimesse e cadenti. Dalla finestra videro una figura familiare: una vecchina vestita di nero, girata di spalle, che armeggiava vicino a una vecchia stufa a legna.
- E’ lei!
- Mafalda!
La vecchia si girò, e quale fu la delusione quando i ragazzi videro un viso aggraziato, anche se rugoso: non c’erano il nasone, il mento adunco e i nei pelosi della amata strega!
- Chi è là? Mafalda... chi osa nominarla? E’ morta da cento anni… io sono Armida, la serva, cuoca di corte. E voi da dove sbucate? E che ne sapete di Mafalda?
- Scusaci. Ci sembrava di vedere una certa somiglianza…. Noi siamo quattro ragazzi, Paolo, Kevin, Frida e Alice. Veramente Alice è solo una bambina…- era Paolo a parlare, timoroso di fare passi falsi.
- Ma come vi siete conciati? E’ carnevale?
- Veramente... ci siamo vestiti così per gioco.
- Beh, attenti ai gendarmi, sospettano delle persone originali, e non scherzano… e che fate qui? Siete ladruncoli, vero?
I tre avrebbero voluto raccontare una bugia, ma non gli venne in mente nulla. Tutti e tre stranamente pensarono - e dissero in coro - la stessa cosa:
- Siamo qui per combattere le ingiustizie.
La vecchia scoppiò a ridere, ma la sua espressione non era di scherno ma di simpatia.
- Venite sciocchini, venite qui ladruncoli ingenui, che vi preparo un latte caldo. Chissà da quanto tempo non mangiate…
Nel frattempo cambiatevi, che così vi prendono subito. In quel cesto ci sono gli abiti smessi della servitù. Sono laceri, ma puliti. E questi sono gli abiti dello spazzacamino, mettili tu che sei più alto – si rivolgeva a Kevin.
Bevvero un ottimo caffelatte. Armida doveva essere così convinta che fossero dei ladri che non fece loro altre domande.
- Perché ridi, quando diciamo che vogliamo sconfiggere le ingiustizie? Non ti sembra un nobile intento? – era Kevin a parlare.
- Nessuno può sconfiggere le ingiustizie di questo reame: la povertà, le guerre, la natura violata. E c’è una piaga ancora peggiore…
- Quale?
- La morte della speranza. Nessuno spera più, non c'è più futuro. Quale orrendo maleficio si è abbattuto su di noi...
- Vedrai Armida, tutto cambierà!
Intanto, con la pancia piena, vestiti di abiti laceri, si erano piazzati intorno al tavolo e aiutavano Armida a pelare le patate.
Lavorando, chiesero della storia del castello. Armida conosceva Barbablù?
- Sapete di Barbablù? E' morto da tempo. Ora c’è il re Gustavo II, nipote di Gustavo I, denominato il “re delle piume”. Conoscete la storia di Gustavo? Se volete sapere qualcosa del regno dovete conoscere le sue vicende. Ora vi racconto. Ma poi di direte voi di come fate a conoscere Barbablù e Mafalda. Mi sa che non me la raccontate giusta, la sapete troppo lunga per essere dei ladri…
Si capiva che Armida non vedeva l’ora di raccontare storie ai bambini, come una qualsiasi nonna. Si accucciarono tutti intorno al focolare, curiosi di ascoltare di Gustavo, re delle piume. Alice si addormentò subito, in braccio a Frida.
- Allora, c’era una volta….

4. Le piume del re


 Il re era triste. E quando un re è triste è una gran disgrazia: perché un re triste non può ben governare, non può nella melanconia avere a cuore il bene dei suoi sudditi. Non può pensare alle arti e alle lettere, alle bellezze della natura, all’avvenire dei fanciulli,  alla necessità di sollevare il suo popolo dalla povertà materiale e morale. Diventa a tutto ciò indifferente a causa del suo umore grigio.
Questo successe al nostro re: e ancora oggi ne conserviamo il terribile ricordo.
Ma ecco come andarono le cose. Il nostro paese viveva in pace. Aveva tante risorse: terre fertili, sole, boschi, acque, nonché il proverbiale ingegno delle nostre genti.  Non era certo ricco, ma una grande ricchezza possedeva, fatta si sogni e di speranze. Il nostro re ci parlava di un grande avvenire che andava costruendo, e il nostro popolo lo seguiva docile. 
Ma un giorno successe che, per colpa di un maleficio architettato da chissà quale nemico - che lui nemici non aveva mai avuto - lo cambiò dal giorno alla notte. Si chiuse nella stanza più alta della torre più alta del suo castello, ed espresse il desiderio non vedere più alcuno; non si occupò più del suo popolo, che tanto aveva amato sino ad allora. Una nebbia grigia calò su tutto il paese. Arrivò notizia del suo malessere sino ai confini del regno, e tutti gli abitanti persero l’abituale allegria e la speranza. Nel paese non si cantava né si suonava, né si componevano più rime; non si lavorava più.  Uniche a rimanere operose furono le cento sarte del reame, impegnate a confezionare fazzoletti ricamati per asciugare le ragali lacrime.
I sovrani dei paesi vicini vennero a sapere della tristezza del re e dei suoi sudditi, e non poterono rimanere a ciò indifferenti, piombando anch’essi nello sconforto.   
Allora le menti più nobili del mondo intero si mobilitarono per la salvezza del re triste. Unirono i loro sforzi per cercare qualcosa che potesse restituirgli la gioia di vivere, e decisero di portargli dei doni in occasione dell’anniversario del regno. Tutto ciò che di più bello esisteva al mondo doveva essere deposto ai piedi del re triste, al fine di risvegliarlo.
Per primo venne un grande musicista, da oltre oceano. Un enorme pianoforte fu portato a spalle  dai servitori sino in cima alla torre.  Il re accolse il maestro in abiti dimessi, senza corona sul capo, smagrito e dal viso pallido e consunto, quasi irriconoscibile.  Dinnanzi a tale visione il pianista si impietosì e commosse a tal punto da esibirsi nella sua interpretazione più intensa di “per elisa”, divenuta  memorabile. I sudditi intorno al castello ascoltarono commossi. Restarono in attesa, ma non successe nulla. Il sovrano non si risvegliò. Nessuna emozione trapelò dal suo volto. Anzi, agli occhi dei servitori parve ancora più affranto e lacrimoso
I saggi non si persero d’animo. Mandarono il giardiniere, a mostrare la rosa più bella dei giardini reali, che egli un tempo amava tanto: un fiore raro, una rosa blu.
Il poeta lesse versi toccanti; il re vide smeraldi neri, ramarri, invenzioni mirabolanti, giochi di prestigio. Si avvicendarono al suo capezzale artisti e maghi, letterati e acrobati, teatranti e scienziati. Ma non una smorfia di curiosità animò mai il viso del re. Niente fu in grado di smuoverlo dal suo torpore
Quando i saggi  sembravano aver perso ormai ogni speranza arrivò il re della Norvegia, accompagnato dalla nipote  adolescente, bionda e bellissima, che compì il miracolo. Il re triste, intenerito dalla dolcezza e dalla grazia della fanciullina, riprese a sorridere. Le parlò, si interessò alle cose della sua vita di bambina, la accarezzò con grande tenerezza, dimostrando di essere di nuovo l’uomo di valore di un tempo. Diede prova, oltre che della sua sensibilità, anche di grande generosità, e ricoprì d’oro la fanciulla che lo aveva salvato.
Tornò a farsi vedere in pubblico, bello ed elegante come il popolo lo ricordava; la corona tornò ben salda sul suo capo (anche per nascondere la incipiente regale calvizie).
Nel paese tornò la serenità; il popolo riprese a lavorare e a  sperare. Il vecchio re per la verità non dedicava più molto tempo agli affari di stato, si interessava ormai unicamente ai festeggiamenti e  alle guerre, come si conviene ad un sovrano. Al resto pensavano i suoi validi consiglieri.
E che ne fu del re di Norvegia e della nipotina? Il primo tornò a governare, mentre la nipotina rimase al castello, dove sembrava trovarsi molto a proprio agio: la residenza era grande e lussuosa. Si intratteneva con la servitù, giocava con le bambole, passeggiava per il parco,  si  arricciava gli stupendi biondi capelli e faceva bagni profumati con petali di rosa. Ogni giorno dedicava le prime ore del pomeriggio al re. Le cameriere sapevano che la fanciulla cantava e danzava per lui, ma erano incuriosite da tanta assiduità; si appostarono un giorno dietro la porta della camera del sire: videro la giovinetta, vestita al solito come una principessa - con un abito un po’ troppo corto per la verità -  che con una piuma di struzzo faceva il solletico ai piedi regali.
E il re rideva rideva rideva…

La notizia fece il giro di tutto il reame, varcando persino i confini, e “il paese della poesia” fu da quel momento nominato irriguardosamente “paese delle piume”. Numerose fanciulle si offrirono per sollevare il re dalla malinconia. Fecero confezionare abiti di seta, si arricciarono i capelli, colorarono le guance, e si recarono alle porte del castello, attendendo pazientemente il proprio turno.
I sudditi furono lieti di offrire le proprie figlie, non tanto per i doni che ricevevano in cambio, quanto per il bene del re e dell’intero popolo.
I sudditi i quali  avevano, ahimè, solo figli maschi si consolarono ben presto per il fatto che il re trovò loro una degna occupazione: li inviò soldati nelle numerose guerre intraprese al fine di portare in patria ricchi bottini, che egli non teneva per sé ma elargiva alle fanciulle.  
La vita nel regno cambiò: scienziati, poeti, musici, indovini, maghi e acrobati, dimostratisi incapaci di dare sollievo alle sofferenze del re (e quindi del popolo tutto) furono cacciati oltre confine. Andarono vagando di villaggio in villaggio, vivendo di elemosine, ricevendo di quando in quando un pasto caldo da qualche anima buona..
I laboratori degli scienziati e dei maghi  furono adibiti a botteghe in cui pettinare e arricciare i capelli delle fanciulle del re; gli alambicchi e le provette che avevano visto nascere l’elisir di lunga vita e tante cure miracolose contenevano ora nuovissime  tinture per capelli e permanenti.
Il parco reale, in cui era un tempo possibile vedere piante tropicali e rose blu, lasciò il posto ad un allevamento di struzzi e galline, che avrebbero fornito le piume necessarie al sovrano in gran quantità.
Le scuole, ormai deserte, ospitarono corsi di danza. Le inutili biblioteche vennero svuotate e messe a disposizione delle cento sarte del re, che non erano più dedite alla produzione di fazzoletti ricamati, ma di abiti all’ultima moda per le fanciulle.
I libri furono bruciati sulla piazza antistante al castello, e un enorme rogo illuminò a giorno l’intero reame, per la felicità delle fanciulle in attesa  alle porte del castello, del re e di tutti i sudditi. Che vissero appunto felici e contenti…

Dopo secoli e secoli di tanta serenità successe una notte che uno dei mendicanti rifugiatisi sulle montagne fece un brutto sogno. Dopo aver mangiato una porzione assai abbondante di pasta e fagioli e un avanzo di stufato innaffiati di buon vino rosso, presso l’oste pietoso di una locanda sperduta, fece un sonno pesante, disturbato da strani sogni. Gli ospiti della locanda gli sentirono  pronunciare frasi insensate, versi incomprensibili, specie di formule magiche…
E per colpa di uno stufato la storia cambiò.
Il giorno seguente una fanciulla del reame, mentre aspettava che la sarta finisse il nuovo abito per la festa del re (ce n’era una ogni settimana) andò in solaio, e lì scoprì una strana macchina impolverata e arrugginita, con sopra un grosso coperchio nero, e una enorme campana che la sovrastava. Incuriosita soffiò via la polvere, e, pensando che l’apparecchio servisse per asciugare i capelli, girò la manovella. E quale non fu il suo stupore quando, unitamente a una nuvola di polvere, una musica dolce e sconosciuta riempì la stanza.
Nello stesso momento un soldato di ritorno dalla guerra sorvegliava un giovane prigioniero, destinato all’allevamento di struzzi del re: lo straniero cominciò a cantare la sua terra perduta, i suoi cari, la sua gente… e mai furono udite note più struggenti.
Nel contempo un bottegaio trovò, rovistando nella dispensa, un volume recante la scritta “sussidiario”, per una qualche disattenzione sfuggito al rogo di tanti anni prima. Decise di utilizzarlo per avvolgere le bistecche di struzzo che vendeva in quantità - degli struzzi qualcosa si doveva ben fare, una volta spennati -. E così un mare di versi, di formule, di imprese eroiche, di belle immagini si riversarono sul regno.
E una splendida barbarie cominciò…


I ragazzi pendevano dalle labbra di Armida. Solo Mafalda sapeva raccontare le fiabe così bene.
Ebbero subito la sicurezza che si trattasse di una storia vera.
- Armida, questo sovrano non mi piace. Che losco figuro!
- Si preoccupava di divertirsi e basta!
- I giovani andavano tutti in guerra o a fargli il solletico!
- E i libri, bruciarli tutti! Noi veramente non li amiamo molto i libri, ma capiamo che non si può stare senza…
- Ma ragazzi, non avete capito nulla, la fiaba finisce bene, parla di un cambiamento! - Armida scrollò la testa: - Comunque non date retta a questo panzane; le fiabe devono avere un lieto fine, ma la realtà è diversa. Io sono vecchia e, sapete, ne ho viste di tutti i colori. Ma un mondo giusto non l’ho visto mai.
- Ma ora c’è ancora questo re?
- No, sul trono c’è il nipote, ma non è meglio del predecessore; per di più è affiancato da ministri che forse sono ancor peggiori di lui, sciocchi e vanesi.
- Che paese sfortunato!
- Potete ben dirlo!
Era quasi sempre Paolo a parlare. Si voltò cercando conferma in Kevin, ma questi era sparito!
- Kevin, Kevin! Dove sei! Cos’hai in mente di combinare? Paolo era preoccupato, e anche un po’ irritato: l’amico cercava nuovamente di escluderlo dalle sue imprese! - Ragazzi, forza, andiamo a cercarlo!



5. Il banditore

I ragazzi corsero in strada. Non sapevano che direzione prendere: furono attratti da un rumore cadenzato, e seguendolo raggiunsero la piazza.
Due uomini con divise sgargianti stavano in mezzo alla piazza. Uno suonava il tamburo e l’altro saliva su un di un palchetto di legno e svolgeva una pergamena.
La gente si faceva intorno, e i bambini videro espressioni attente e preoccupate.
- Che succede?
- E’ arrivato il banditore, non vedete?
- E che fa il banditore?
- Porta notizie.
- Brutte notizie?
- Se va bene nuove tasse, se va male guerre... e le tasse sono appena aumentate...
- Udite udite – Gonfiando il petto, il banditore urlava e scandiva le parole :
- Il re e i ministri, preoccupati per il bene del popolo tutto, rendono noti i provvedimenti presi: le genti che vivono ai confini del regno rappresentano un danno e un pericolo.
Un danno, in quanto offrono uno spettacolo sgradevole per i gli animi più sensibili del paese, con i loro abiti cenciosi e l’abitudine insana di rovistare fra i rifiuti. Per non parlare poi del lezzo che emanano. Sua maestà non ha potuto recintare con alti muraglioni tutto il regno, fiumi e mari e montagne erano d'impedimento.
Ma ben più grave è il pericolo che può venire dai popoli vicini: perchè si sa che la povertà genera invidia, e queste genti potrebbero da un momento all’altro cercare di scavalcare o abbattere le mura per appropriarsi delle cibarie succulente, degli abiti sontuosi e delle belle case del nostro popolo.
Paolo guardò la popolana a fianco, che, a dire il vero, non era sontuosamente vestita...
- E sua maestà, unitamente ai ministri, ha deciso, per la felicità dell’amato paese, di dichiarare guerra ai vicini. Il popolo aderirà entusiasta all’impresa, in quanto non vede sicuramente l’ora di lottare per difendere i propri valori, dimenticando lo scontento che l’inedia sta causando.
Alcuni uomini applaudivano in prima fila. Tutti gli altri si allontanarono sbuffando e lamentandosi. Le donne piangevano.
La popolana se ne andò bofonchiando per ritornare alle proprie faccende.
I ragazzi tornarono da Armida per chiedere spiegazioni. Quel mondo appariva loro così oscuro!
- Armida, non capiamo, perché il re ce l’ha tanto coi popoli vicini?
- Ah, non si sa, qualsiasi scusa è buona per una nuova guerra.
- Armida, perchè le donne del borgo sono così arrabbiate? Capisco che non vogliano la guerra, ma loro neanche ci vanno!
- Ma cos’avete nella zucca, ragazzi? Da dove venite mai! Le donne rimangono a casa mentre i mariti vanno in guerra, e devono pensare da sole ai bambini, e lavorare il doppio... Piuttosto, che ne è di Kevin? Non siete andate a cercarlo? L’avete trovato?
I ragazzi si erano scordati dell’amico! Tornarono alla ricerca.

Premessa

Premessa Kevin, Frida, Paolo e la sorellina Alice sono amici per la pelle. Si sono conosciuti in circostanze insolite: Paolo e ...